Pochi giorni fa ho avuto l’occasione di
partecipare ad un incontro europeo ecumenico dell’associazione Taizè.
Fondamentalmente consisteva nel pregare con altri settantamila giovani di tutta
Europa in delle chiese incredibili ( il ritiro si è svolto a Roma ). Al
pomeriggio l’organizzazione proponeva delle attività a tema, e una di queste
consisteva in un incontro per discutere sul costruire la pace. Io e altri miei
amici ci abbiamo partecipato, assistendo al discorso di un uomo politico
francese e un importante esponente della Caritas internazionale italiano. È
stato un incontro davvero interessante e vorrei proporvi alcune cose su cui ho
riflettuto.
Allora, la pace è la non-violenza, è il
contrario della guerra. E non è forse un controsenso cercare di risolvere la
sofferenza, il dolore, la guerra e quindi cercare di fare la pace, tramite la
violenza, la sofferenza, il dolore e la guerra stessa? Mi domando, non è
assurdo che ci siano fatte moltissime spedizioni militari ( per di più pagate
dallo Stato ) per la pace? Di per sé non ha alcun senso. E allora si può
risolvere la violenza con la non-violenza o, come succede ai giorni nostri in
moltissimi Paesi, la violenza si può risolvere esclusivamente con la violenza
stessa?
A questo punto mi trovo di fronte a un
bivio: è vero, da un punto di vista teorico, si tratta di un controsenso
l’ottenere la pace tramite la guerra, ma quando ci si trova davanti a una
persona che è disposta a uccidere migliaia di persone per il solo scopo di
ottenere più interessi per sé, come fare? Un attacco di tipo fisico e quindi
violento, è semplicemente necessario. Certo è che se tutti credessero
nell’azione della non-violenza non ci sarebbero di questi problemi.
Ma di fatto: se tutti ci credessero. E
questa è un’utopia.
Dunque la pace è un’utopia?
Per quanto io mi sforzi di appoggiare la pace
e di rendere questo mondo migliore nel mio piccolo, sì, a mio avviso la pace è
un’utopia. Un po’ perché ci sono delle situazioni in cui la guerra è
inevitabile, un po’ perché l’uomo, a mio avviso, influenzato dalla società e
dal mondo in cui viviamo, sarà sempre e comunque spinto a prevalere sull’altro,
come sosteneva a grandi linee Rousseau (filosofo del 1700 ).
Un mio compagno di classe, che sostiene
l’uso della violenza per la non-violenza, mentre parlavamo di queste questioni
ha citato come esempio calzante a favore della sua tesi la Seconda Guerra
Mondiale: se gli Americani non fossero intervenuti con le loro forze militari
in Europa, uccidendo moltissimi altri soldati, chissà in quali situazioni ci
troveremmo ora, chissà quale altro numero più grande di persone ci avrebbe
rimesso.
Però a questo proposito vorrei proporvi
una riflessione: da che cosa è nata la Seconda Guerra Mondiale? Da violenza, io
credo. Da violenza e dolore che già da tempo stava tormentando la popolazione.
E allora mi chiedo, se anziché quella violenza ci fosse stata una mentalità di
non-violenza, di pace, le cose sarebbero andate allo stesso modo? Se ogni
individuo avesse creduto nella pace, nella non-violenza, ci sarebbero stati i
campi di concentramento?
Ma ripeto che dire “se ogni individuo”
è un’affermazione utopistica.
Certo non sono da escludere le grandi battaglie
e le grandi vittorie ottenute con la non-violenza, basta pensare a Gandhi, alla
forza che è riuscito a dare a moltissime persone e a ricevere. Perciò non è
così impossibile ottenere le cose tramite il dialogo, la non-violenza, la
fiducia, benchè sia estremamente difficile. Tant’è vero che perfino l’esponente
della Caritas ci raccontava che sono riusciti a far terminare molte battaglie e
scontri che da moltissimi anni si prolungavano nei paesi del terzo mondo
tramite un corretto trattato di pace. Certo, non ha trascurato il fatto che a
volte si vince, altre si perde e si è costretti a guardare ciò che è rimasto
della propria sconfitta, ma in compenso chissà quante altre vite hanno salvato.
Quello che io penso che possa succedere
non è tanto che tutti credano nella pace, che tutti si adoperino per farla così
in un attimo ci ritroviamo in un dolce mondo con gli unicorni e i fiorellini.
Però penso che se si instaurasse un altro tipo di mentalità e un altro tipo di
educazione in grado di stimolare e promuovere la pace già nelle scuole, negli
ambienti di lavoro le cose, benchè in minima parte, cambierebbero, ne sono
convinta. Certo, rimarrà sempre qualche scontro, ma ciò che io definisco “
minima parte” significa vita, vita umana di molte persone di cui non conosco il
nome, né il carattere, né le ambizioni ma che, in qualsiasi parte del mondo,
potrebbero avere estremo bisogno che questa “minima parte” cambiasse. Quando si
tratta di guerra si tratta di vite umane.
http://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Jacques_Rousseau
http://www.caritasitaliana.it/
http://www.taize.fr/it
http://www.caritasitaliana.it/
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